Video di Bill Viola al Museo dello Splendore – Conferenza Valentina Valentino

Il Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova aderisce alla tredicesima giornata del contemporaneo indetta dall’AMACI, giornata che quest’anno cade sabato 14 ottobre.
Per le ore 18.00 il Museo organizza una conferenza di Valentina Valentini , docente di Arti Performative e Arti Elettroniche e Digitali presso il dipartimento di Storia dell’ Arte e Spettacolo dell‘Università “La Sapienza” di Roma; le sue ricerche comprendono il campo delle interferenze tra teatro, arte e i nuovi media ed ha curato la prima monografia del grande videoartist italoamericano Bill Viola, recentemente celebrato a Palazzo Strozzi a Firenze con una importante personale: Bill Viola. Rinascimento elettronico.
Proprio dalla monografia curata da Valentini prende il titolo la conferenza del 14 ottobre: Vedere con la mente e con il cuore: i percorsi di Bill Viola.
“La visione di questo artista è distante dalle estetiche ciniche postmoderniste. Il compito dell’artista è di trasformare il mondo, anziché duplicarlo, connettere l’individuale ad un tutto che lo comprende, in cui l’uomo e la natura, la vita e la morte fanno parte di un ciclo vitale, qualcosa che si trasforma incessantemente.” sostiene la Valentini.
A seguire sarà possibile vedere quello che forse rimane il capolavoro dell’artista, comunque un punto estremamente significativo del suo percorso e ormai un “classico” della videoart: Reflecting pool (1977/79), opera recentemente acquisita dal Museo.
In questo semplice video, su un solo schermo, l’apparente ovvietà della visione di un uomo che si tuffa in acqua diventa invece un enigmatico evento dove proprio l’acqua con i suoi riflessi e la sua essenza mutevole risulta il vero medium ottico, metaforico e simbolico dell’esistenza dell’uomo.

Valentina Valentini
studiosa dei problemi dello spettacolo nel Novecento, insegna e Arti performative e Arti Elettroniche e digitali presso il dipartimento di Storia dell’ Arte e Spettacolo dell‘Università “La Sapienza”, Roma . Le sue ricerche comprendono  il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media . Fra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo: Nuovo Teatro MAde in Italy 1963-2013; Drammaturgie sonore.Teatri del secondo Novecento ( 2012); Mondi, corpi,materie. Teatri del secondo Novecento, Bruno Mondadori 2007; le due antologie Le pratiche del video e Le storie del video, Bulzoni, Roma 2003. Ha curato la prima monografia su Bill Viola .Vedere con la mente e con il cuore, su Studio Azzurro: percorsi fra video, cinema e teatro e altri volumi che analizzano autori, opere di arte elettronica e multimedia (Video d’autore 1986-1995, Allo specchio, Dal Vivo, Il video a venire).
Ha diretto per Rubbettino Editore. una collana dedicata al teatro contemporaneo in cui ha pubblicato Franco Scaldati, 1997, Squat Theater,1998 Compagnia della Fortezza,1998, Peter Sellars,1999, Eimuntas Nekrosius,1999, Totò e Vicé, 2003, S.M. Ejzenštejn, Quaderni e piani di regia,2003 Teatro Valdoca,2004
I suoi saggi sono pubblicati su varie riviste sia in ambito nazionale che internazionale, come: Biblioteca Teatrale, The Drama Review, Theaterschrift, Close-Up, Drammaturgia, Performance Research., Maska, Frackija, PAJ,  il supplemento culturale del quotidiano l’Avanguardia.( Barcellona).

«Ho sentito il bisogno crescente di fornire immagini o visioni rivolte al processo di guarigione, alla possibilità di trascendere la nostra condizione, al processo di varcare la soglia. Se il mondo intero sta fallendo e crollando in pezzi, io sento il bisogno di innalzare un mondo perfetto contro tutto questo. Se l’Io è frammentato, ho bisogno di immaginare un Io che non sia scisso» (Bill Viola, 1999)

Dalla Treccani on line
Viola ⟨vióulë⟩, Bill. – Videoartista statunitense (n. New York 1951). Dopo un esordio in campo musicale, si è dedicato alla videoarte. Nelle sue opere, filmati video o videoinstallazioni multimediali incentrate sulla rappresentazione allegorica di cicli vitali (del giorno e della notte, della nascita e della morte, ecc.), convergono influenze diverse, dalla musica alla filosofia, alle immagini tratte dai mass media che V. trasfigura in sequenze di forte impatto emotivo, dense di significati metaforici e spesso d’accento lirico.
VitaHa studiato (1969-73) nel dipartimento di studi sperimentali del College of visual and performing arts della Syracuse University (New York). Accanto all’interesse per il video come mezzo espressivo ha coltivato quello per la musica, studiando con David Tudor (1926-1996) e collaborando con il suo gruppo Composer inside electronics (1974). Dal 1974 al 1976, a Firenze, è stato direttore tecnico di produzione dello studio di videoarte Art/Tapes/22, collaborando con artisti europei e americani (G. Paolini, M. Merz, J. Kounellis, V. Acconci). Con un lungo soggiorno in Giappone (1980-81, nell’ambito della Japan/US creative arts fellowship) ha approfondito lo studio delle tecnologie avanzate del video e i suoi interessi per le filosofie orientali studiando con Daien Tanaka, pittore monaco zen.
OpereOltre a videotapes (A million other things, 2, 1975; The reflecting pool, 1977-79), ha realizzato videoinstallazioni sonore: Il vapore (1975); Room for St. John of the Cross (1983); The sleep of reason (1988); Nantes triptych (1992); Stations (1994); The messenger (1996, creata per la cattedrale inglese di Durham); The crossing (1996); del 2008 è Acceptance,  video in bianco e nero su display al plasma. Nel 1995 ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia con Buried secrets (Hall of whispers, Interval, Presence, The veiling, The greeting); in quella del 2001 ha presentato le videoinstallazioni Quintet of the unseen (2000) e Surrender (2001), e in quella del 2007 Ocean Without a Shore. Ancora nel 2001 la videoinstallazione The greeting (1995) è stata in mostra nella pieve di S. Michele a Carmignano in diretto confronto con il dipinto che l’ha ispirata, la Visitazione di Pontormo. Dalla successiva collaborazione con P. Sellars e E.-P. Salonen si è sviluppato il progetto per la produzione di Tristan und Isolde, rappresentato per la prima volta all’Opéra National di Parigi nel 2005.Tra le moltissime mostre dedicate alla sua opera si ricordano quella organizzata dal Whitney Museum di New York, che è stata presentata a Los Angeles, New York, Amsterdam, Francoforte, San Francisco e Chicago (1997-2000) e, in Italia, le esposizioni tenutesi a Roma (2008-2009, Palazzo delle Esposizioni) e Firenze (2011-12, Museo Gucci; 2017, antologica articolata in diverse sedi, da Palazzo Strozzi al Museo dell’Opera del Duomo).

Dal 10 marzo al 23 luglio 2017 la Fondazione Palazzo Strozzi presenta al pubblico Bill Viola. Rinascimento elettronico, una grande mostra che celebra il maestro indiscusso della videoarte contemporanea.
In un percorso espositivo unitario tra Piano Nobile e Strozzina la mostra ripercorre – attraverso straordinarie esperienze di immersione tra spazio, immagine e suono – la carriera di questo artista, dalle prime sperimentazioni degli anni settanta fino alle grandi installazioni successive al Duemila.
Esplorando spiritualità, esperienza e percezione Viola indaga l’umanità: persone, corpi, volti sono i protagonisti delle sue opere, caratterizzate da uno stile poetico e fortemente simbolico in cui l’uomo è chiamato a interagire con forze ed energie della natura come l’acqua e il fuoco, la luce e il buio, il ciclo della vita e quello della rinascita.
Nella cornice rinascimentale di Palazzo Strozzi si crea soprattutto uno straordinario dialogo tra antico e contemporaneo attraverso un inedito confronto diretto delle opere di Viola con quei capolavori di grandi maestri del passato che sono stati per lui fonte di ispirazione e ne hanno segnato l’evoluzione del linguaggio.
Si celebra così la speciale relazione tra Bill Viola e Firenze. È qui infatti che l’artista ha iniziato la sua carriera nel campo della videoarte quando, tra il 1974 e il ’76, è stato direttore tecnico di art/tapes/22, centro di produzione e documentazione del video. Il rapporto di Viola con la storia e l’arte viene inoltre esaltato attraverso importanti collaborazioni con musei e istituzioni quali il Grande Museo del Duomo, le Gallerie degli Uffizi e il Museo di Santa Maria Novella a Firenze, ma anche con le città di Empoli e Arezzo.
Con l’acqua e con il fuoco del video The crossing (La traversata, 1996) si apre Rinascimento elettronico, la mostra di Bill Viola ospitata da ieri, e fino al 23 luglio, al piano nobile di Palazzo Strozzi, a Firenze. E con l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria di Martyr series (Serie dei martiri, 2014) la mostra si chiude, nel sottosuolo dello stesso palazzo, detto la Strozzina. Gli elementi che danno la vita e anche la morte, il nutrimento e il martirio. Tutto cambia, tutto si trasforma, viviamo in un perenne divenire. Anche l’arte, anche la tecnologia, anche le forme si spostano continuamente. E dunque per apprezzare appieno la mostra di un videoartista come Bill Viola bisogna essere disposti a fare un’esperienza di cinema che non è cinema, di pittura che non è pittura, di video che non è (solo) video: un’esperienza, invece, di intensificazione e riscoperta della percezione. E di meditazione. “La mia arte è un’espansione dei livelli di realtà”, dice infatti Viola. Entrare alla mostra è già di per sé un’esperienza: le grandi sale sono immerse nel buio, il silenzio è rotto soltanto dai suoni che provengono dai video. Il pubblico bisbiglia sottovoce.
Ogni video dura un tempo lungo, che permette e favorisce la riflessione: riflessione sulla tecnica, sul movimento, sulla lentezza, sul trascorrere delle cose, sul nascere e il morire, sull’apparire allo sguardo e lo svanire, sul passato dell’arte e sul presente. D’improvviso il tempo sembra sospendersi, fermarsi, ripiegarsi su se stesso. E’ questa la disposizione che la mostra chiede, uscire fuori dal tempo, dal nostro maledetto Chronos, che ci schiaccia, che ci padroneggia con la sua implacabilità. Qui siamo invece in un altrove: “Tutta l’arte è contemporanea – dice ancora Viola – E’ senza tempo, universale ed eterna”.
Molte opere di Viola derivano da suggestioni pittoriche: l’artista americano aveva infatti cominciato il suo percorso proprio a Firenze, quando, appena ventitreenne, era venuto a lavorare in una società di arte elettronica, negli anni Settanta. In Toscana aveva scoperto la profondità dell’arte, e anche la sua magia: nella chiesa di Santa Felicita, davanti alla Deposizione del Pontormo, quella citata da Pasolini nella Ricotta, lo choc fu violento: “Uscendo mi domandai che cosa avesse fumato il pittore per dipingere quei rosa, per dipingere quegli azzurri incredibili. Sembrava avesse lavorato sotto l’effetto dell’LSD”. Quelle immagini, fossero un altro Pontormo, quello della Visitazione, o il Cranach del dittico Adamo/Eva, o l’allucinato Paolo Uccello del Diluvio universale e recessione delle acque, o, ancora, il Masolino del Cristo in Pietà di Empoli, sono state poi all’origine di altrettanti video: da The Greeting (Il saluto, 1995) al dittico Man Searching for Immortality/Woman Searching for Eternity (Uomo alla ricerca dell’immortalità/Donna alla ricerca dell’eternità, 2013), da The Deluge (Il diluvio, 2002) fino a Emergence (Emersione, 2002).
Scolpire il tempo: questa è la più suggestiva definizione che Bill Viola ha dato della sua attività di videoartista. E in effetti si può dire che la materia prima dei suoi lavori è il tempo.
L’intensificazione emotiva e mentale della percezione della dimensione temporale delle immagini (attraverso la dilatazione, la ripetizione, il rallentamento, la fluidità sensoriale degli effetti cromatici e luminosi, la spazializzazione dislocata) sta alla base del suo inconfondibile stile estetico caratterizzato da una peculiare tensione verso l’ineffabile e l’indicibile.

Questa particolare tensione espressiva e formale crea le condizioni per la messa in scena di profonde e inquietanti meditazioni visive su questioni esistenziali e metafisiche fondamentali. L’artista si interroga sulla vita, la morte, la trascendenza, la rinascita, il destino individuale e collettivo, il rapporto fra la realtà esterna e quella interiore. E lo fa senza cercare di dare delle risposte, che sono al di là della nostra portata. Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? il titolo del grande dipinto di Gauguin del 1897, potrebbe funzionare anche per Viola, in particolare per la complessa e spettacolare installazione multivideo Going Forth By Day (2002) che è l’opera centrale intorno a cui ruota tutta la sua mostra antologica aperta attualmente al Grand Palais di Parigi.

In questa installazione ambientale, che si presenta come una vera e propria sinfonia visiva (ma dove anche la dimensione sonora è essenziale) tutti i temi chiave della sua ricerca sono messi in gioco attraverso cinque proiezioni simultanee, della durata di 35 minuti ciascuna. Sono delle visioni e delle narrazioni sospese e enigmatiche, di intenso impatto allegorico, che si sviluppano con andamenti temporali variati: l’emergere di una figura umana dalla fluidità informe della luce e del fuoco (Fire Birth); una sequenza senza inizio né fine di individui che camminano in slow motion attraverso un bosco (The Path); un edificio con delle persone che stanno andando via prima di una catastrofica alluvione (The Deluge); la fine della vita terrena di un vecchio, in una casa in riva all’acqua (The Voyage); e infine la paura e la speranza di una nuova alba (First Light).

Il rischio di una eccessiva retorica simbolista è evitato, perché il tutto è immerso in un’atmosfera visiva e sonora straniante, aperta alle più diverse interpretazioni. L’incanto estetico di questo e degli altri lavori di Viola deriva dal fatto che le immagini sono percepite simultaneamente come ferme e in movimento, o meglio galleggiano, per così dire, fra staticità che si muove e movimento frenato, sempre all’incrocio fra spazio e tempo. In altri termini si tratta di un linguaggio che rimanda da un lato alla pittura e dall’altro al cinema, ma non è né l’una né l’altro, o se si vuole le due cose insieme. E questa è una delle più specifiche caratteristiche della videoarte (insieme alle strategie di spazializzazione installativa) di cui Bill Viola è uno dei maestri seminali, perché non ha mai dimenticato la sua formazione di pittore anche quando mette a punto nel tempo una raffinata capacità tecnica nell’uso dei mezzi video (da quelli più semplici degli Anni 70 a quelli digitali più sofisticati di oggi).
La mostra al Grand Palais inizia con un semplice video del 1977/79 su un solo schermo, che forse rimane il capolavoro dell’artista. Si tratta di Reflecting Pool, dove l’apparente semplice visione di un uomo che si tuffa in una pozza d’acqua, si trasforma in un evento magicamente enigmatico, dove l’acqua, con i suoi riflessi e la sua essenza fluttuante, diventa il vero medium ottico, metaforico e simbolico, della visione dell’esistenza dell’uomo. Viola ha raccontato che all’origine di questa sua fascinazione e ossessione per l’acqua c’è un episodio d’infanzia, quando aveva rischiato di annegare. E l’acqua come principio di vita (di nascita o rinascita) ma anche come elemento di distruzione e morte, diventa il principale elemento caratterizzante del suo lavoro (anche il fuoco ma in minor misura), in un certo senso consustanziale alla concezione «liquida» delle sue immagini video.

Tra gli altri lavori più significativi in relazione alla pregnanza simbolica dell’acqua sono da citare Tristan’s Ascension (2005) e la sequenza dei sette video dedicati ai Dreamers (2013). Il primo (che fa parte delle installazioni per la messa in scena di Tristano e Isotta di Wagner) è un’impressionante visione, su uno schermo gigante verticale, di un uomo nudo che con epica lentezza emerge piano piano nell’acqua scrosciante di una cascata. I Dreamers sono invece sette persone immerse in acque calme, che fluttuano lentamente forse annegati o forse dormienti, o forse come i neonati nel liquido amniotico: tra la vita e la morte.

In mostra ci sono anche alcune installazioni con video e veri oggetti. La più bella è The Sleep of Reason (un omaggio a Goya), del 1988, dove si vede in una stanza un mobile con una lampada e un vecchio televisore che trasmette in bianco e nero la scena di un uomo che dorme. Ogni tanto la luce della stanza si spegne e sulle pareti compaiono, come degli incubi onirici, dei flash di immagini drammatiche appena riconoscibili.

NAPOLI  –  Se Bill Viola, genio poetico della videoarte, è considerato una sorta di Caravaggio hi-tech, capace di indagare su schermi al plasma il forte realismo di un’umanità contemporanea in balia di tormenti ed estasi esistenziali, non può che essere uno spettacolo intrigante e imperdibile vedere i suoi video per una volta in stretto dialogo col Caravaggio originale, La Flagellazione del Museo Capodimonte. E’ qui che l’artista newyorchese doc, classe ’51, affronta la sua prova più audace proponendo, dal 30 ottobre al 23 gennaio, sei video realizzati negli ultimi dieci anni (le immagini dei video), allestiti negli spazi della Sala Causa del Museo. Sono “The Quintet of the Astonished”  e “Union” del 2000, “Observance” del 2002, “The Raft” del 2004, “Transfiguration” del 2007, “Three Women” del 2008. Lo abbiamo intervistato.
Prima di tutto, cominciamo con una domanda doverosa su Caravaggio. Qual è secondo lei la sua bellezza, il suo fascino, il suo potere artistico e il suo segreto?
Caravaggio possedeva un’inestinguibile e frenetica energia che sembrava emergere da radici sepolte nella profondità della terra. Per lui, vita e arte potevano essere vissute a pieno solo sul filo di un implacabile rasoio sospeso tra vita e morte. Caravaggio era ossessionato dall’incarnazione. La sua più grande impresa è stata la miracolosa fusione di pigmenti e carne. Nei suoi quadri egli portava la Sacra Famiglia e i Santi giù sulla terra e gli dava un posto sulla strada, con noi. Egli dava un senso profondamente materiale, viscerale all’invisibile mondo spirituale, permettendogli di esprimersi nel suo giusto posto tra il corpo e l’anima.

Ci può spiegare il suo rapporto con Caravaggio vissuto al Museo di Capodimonte?
E’ uno straordinario onore per me proporre il mio lavoro in un contesto museale così importante dov’è conservata l’opera di Caravaggio. Molti artisti contemporanei non fanno che immaginarsi come potrebbe essere l’esperienza di un dialogo ravvicinato con i grandi maestri del passato. E questa mostra lo ha reso possibile per me. Undici anni fa, dopo la morte di mio padre, ho cominciato seriamente a riflettere sull’arte degli Antichi Maestri, dal tardo Medioevo al Barocco. Lacrime e emozioni profonde sono diventate le mie guide. Questo è accaduto quando ho realizzato che un’opera d’arte è qualcosa di vivente, eterna e costantemente in trasformazione col passare degli anni, capace di svelare sempre nuovi segreti. Ecco, in questo periodo così intenso, Caravaggio e gli altri artisti della storia mi hanno insegnato che tutta l’arte è contemporanea.

Lei mette in scena sei video realizzati nell’ultima decade. Come entrano in contatto con l’opera di Caravaggio?
Abbiamo progettato un bellissimo programma espositivo che guiderà il pubblico in un viaggio attraverso una serie di ambienti che incorporano sei dei miei lavori dell’ultimo decennio. I pezzi scelti riguardano alcuni dei lavori fatti dopo la scomparsa di mio padre, così come pezzi più recenti creati sui temi universali della trasfigurazione e della rinascita. Sono sicuro che Caravaggio vi troverà molti legami con la sua opera. Mi vien da pensare che sarebbe un’ottima idea lasciare accesi i video fin dopo la mezzanotte così che lui possa venire nelle stanze del museo da solo, con calma, a guardare i lavori.

Che cosa rappresentano i suoi video? Quali sono i temi, i sentimenti, gli elementi vitali che vuole indagare?
Sono interessato alla “soglia”, agli ingressi, specialmente a quei limiti tra ciò che è dentro e ciò che è fuori della condizione dell’essere. Uso videocamere e computer digitali per fare arte perché, come noi, sono fatti di materiale fisico tangibile, così come di una scintilla eterea e intangibile. Sono come il corpo e l’anima. Preferisco transizioni indistinte e limiti informi piuttosto che situazioni concrete. Mi piacciono le stanze vuote, il crepuscolo, un sorriso misterioso, una destinazione sconosciuta, una canzone dimenticata, un secondo pensiero, una indeterminata quantità di tempo. Penso che sia meglio studiare l’oscurità piuttosto che capire la luce. Credo in Bubbha quando dice che né il fuoco, né il vento, né la nascita o la morte possono cancellare le nostre buone azioni. Credo che non l’acquisizione o la conservazione della Conoscenza, ma la presenza dell’eterno mistero ci porti avanti. Credo al poeta sufi Rumi quando dice che la ferita è il posto dove la luce ti penetra dentro. Credo che le lacrime siano l’espressione più alta dell’essere umano. Credo che gli esseri umani siano stati posti sulla terra per ispirarsi l’un l’altro. E sono sicuro che il gap dello spazio vuoto tra di noi sia la ragione per la quale abbiamo così bisogno di toccarci.

Notizie utili –  “Bill Viola Per Capodimonte”, Museo di Capodimonte, dal 30 ottobre al 23 gennaio 2011, Napoli. Il progetto, si svolge nell’ambito delle manifestazioni per il quarto centenario della morte di Caravaggio.
Orari: tutti i giorni, 8.30-19.30, chiuso mercoledì.
Ingresso: intero €5 solo mostra, ridotto €2,50 (solo mostra); integrato museo intero €10, ridotto €5.
Informazioni e prenotazioni: 848.800.288,

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